L'asterisco che non serve
La tendina sul genere
Due voci, obbligatorie, in un modulo che serve a prenotare una visita guidata.
Prima di discutere di quali opzioni mettere, conviene farsi una domanda più semplice: quel dato vi serve? Nella maggior parte dei moduli non serve a niente, viene raccolto per abitudine e finisce in un database che nessuno guarda. Il principio di minimizzazione del GDPR dice esattamente questo: si raccolgono solo i dati necessari alla finalità dichiarata. Un campo che non usate è un campo che state gestendo, proteggendo e conservando senza motivo.
Quando serve davvero, sono due dati diversi. Il sesso anagrafico serve per compilare un documento ufficiale o per una prestazione sanitaria, e va chiesto solo lì. Il genere, o più semplicemente come una persona vuole essere chiamata, riguarda il modo in cui le scrivete. Nel secondo caso un campo facoltativo con una casella di testo libera risolve tutto, e chi non vuole rispondere non risponde.
Stesso ragionamento per il “Sig./Sig.ra” obbligatorio all’inizio di ogni form. Usate il nome. Funziona da secoli.
Il CAPTCHA
Il CAPTCHA visivo è il modo più diffuso di dire a una persona cieca che quel servizio non è per lei. L’alternativa audio, quando c’è, spesso è incomprensibile, in inglese, o non parte. Le griglie con i semafori da selezionare escludono chi ha ipovisione, chi ha difficoltà cognitive, chi ha un tremore e non riesce a cliccare nel riquadro giusto prima che il timer riparta.
Il problema è che il CAPTCHA risolve un problema vero: lo spam. Solo che lo risolve nel modo peggiore, scaricando il costo sull’utente invece che sul server.
Le alternative funzionano bene e sono note da anni. Un campo nascosto che gli umani non vedono e i bot compilano, e che fa scartare l’invio. Un controllo sul tempo di compilazione, perché nessuna persona riempie un modulo in due secondi. Un limite al numero di invii dallo stesso indirizzo. I sistemi che verificano il comportamento senza chiedere niente, che oggi risolvono la gran parte dei casi senza mostrare nessuna immagine. Se proprio dovete tenere una verifica visibile, mettete accanto un indirizzo email o un numero che risponde, e scrivetelo nella stessa schermata.
La sessione che scade
Le sessioni brevi nascono per motivi di sicurezza e vengono tarate su una persona che digita veloce con dieci dita.
Chi scrive con un dito solo, chi usa un puntatore, chi naviga campo per campo con uno screen reader, chi si stanca e deve fermarsi, chi deve alzarsi per andare a prendere un documento in un’altra stanza: sono tutte persone che sforano i venti minuti, e non perché siano distratte.
Le linee guida internazionali su questo sono esplicite. Il criterio WCAG sui limiti di tempo chiede che l’utente possa disattivarli, allungarli o riceva un avviso prima della scadenza con la possibilità di prolungare la sessione con un gesto semplice.
La correzione minima è salvare quello che è stato scritto. Se una sessione deve scadere per forza, che scada senza cancellare i dati inseriti, e che avvisi prima. Il salvataggio automatico della bozza risolve quasi tutti i casi, e nei moduli lunghi delle amministrazioni pubbliche dovrebbe essere obbligatorio.
Caricare i documenti
“Stampa il modulo, firmalo, scansionalo e caricalo in PDF, massimo 2 MB.”
In una riga ci sono quattro barriere: una stampante, uno scanner, la possibilità di firmare a mano (che non tutti hanno) e un file in un formato e in un peso che una foto scattata col telefono non ha quasi mai.
Le correzioni sono banali: accettare le immagini scattate con lo smartphone, comprimere lato server invece di rimbalzare il file all’utente, alzare il limite di peso, evitare la firma autografa quando l’accesso è già avvenuto con identità digitale. E scrivere prima, non dopo il primo tentativo fallito, quali documenti servono e in che formato.
Gli errori che non spiegano niente
Un modulo respinto con la scritta “dati non validi” in rosso, in cima alla pagina, senza dire quale campo, è un modulo che non si può correggere. Se l’unica indicazione dell’errore è il colore, chi non distingue il rosso non vede niente.
Serve che l’errore sia scritto vicino al campo interessato, che dica cosa c’è che non va e come sistemarlo (“la data va scritta come giorno/mese/anno”), che il messaggio sia annunciato anche dai lettori di schermo, e soprattutto che il modulo non si svuoti. Perdere tutto per un carattere sbagliato è la ragione principale per cui le persone abbandonano una pratica a metà.