Prova a cercare “disabilità” su un qualsiasi archivio di immagini a pagamento. Nella prima schermata trovi quasi sempre le stesse cose: una carrozzina fotografata da dietro davanti a un tramonto, due mani che ne spingono un’altra, un primo piano di ruote, una persona seduta che sorride verso qualcuno fuori dall’inquadratura, una palestra di riabilitazione con la fisioterapista china in avanti.
Cambi archivio e cambiano i volti, l’impianto resta quello. Quando una cosa si ripete così tanto, ha smesso di essere una coincidenza.
Una grammatica che si ripete
Quelle immagini condividono alcune scelte tecniche che passano inosservate a chi cammina e sono evidentissime a chi sta seduto.
La macchina fotografica è quasi sempre più in alto del soggetto. Chi scatta è in piedi, non si abbassa, e riproduce nell’inquadratura la stessa posizione che ha nella stanza. Il risultato è un punto di vista dall’alto, quello con cui si guardano i bambini.
Poi c’è quasi sempre qualcun altro. Una mano su una spalla, una persona che spinge, una figura che si china per parlare. Anche quando l’articolo parla di lavoro, di viaggi, di diritti, l’immagine aggiunge un accompagnatore che nel testo non esiste. La solitudine, che per tutti gli altri soggetti è normale e perfino elegante, qui non è contemplata.
C’è la questione del sorriso. Nel repertorio la persona disabile sorride sempre, e quasi mai all’obiettivo. Sorride verso l’alto, verso chi la assiste, verso un punto imprecisato a destra. È un sorriso che serve a rassicurare qualcun altro, e ha una funzione narrativa precisa: comunica che va tutto bene, che non c’è niente di cui sentirsi in colpa.
E c’è la nuca. Una quantità sproporzionata di queste foto è scattata da dietro. La carrozzina di spalle davanti al mare, davanti alla montagna, davanti a una porta. È l’equivalente visivo del non fare il nome di una persona.
A chi sono rivolte
Se guardi quelle immagini chiedendoti a chi parlano, la risposta viene fuori subito: parlano a una persona che cammina e che va tranquillizzata.
Ogni foto contiene un’istruzione emotiva, che è sempre la stessa: commuoviti, oppure ammira. Non ci sono immagini che dicano “annoiati”, o “questa persona ti sta valutando”, o “non sono affari tuoi”. Nel catalogo della disabilità mancano l’irritazione, la competenza professionale, l’autorità, il desiderio, la noia di un martedì pomeriggio. Mancano tutti i registri con cui vengono fotografati gli adulti.
Nessuna di quelle foto è stata pensata immaginando che a guardarla ci fosse una persona disabile, e infatti si vede.
Perché il repertorio è così
Non c’è nessuno da incolpare, e questo rende la cosa più difficile da smontare.
Gli archivi producono quello che si vende. Chi compra un’immagine ha dieci minuti, cerca una parola, scorre la prima pagina e prende lo scatto più neutro possibile, quello che non gli farà arrivare mail di lamentele. Il sistema premia la foto meno specifica. Una persona precisa, in una situazione precisa, con un’espressione precisa, è più difficile da vendere di una silhouette al tramonto.
Poi c’è il casting. Una parte di quegli scatti è fatta con modelli non disabili e una carrozzina a noleggio. Chi la usa lo capisce in due secondi: poggiapiedi assenti o messi a caso, sedia larga il doppio del necessario, schienale alto, mani che spingono sul copertone invece che sul corrimano, postura da persona seduta su una sedia qualsiasi. Per tutti gli altri è invisibile, e infatti quelle foto girano da anni sui siti di aziende che scrivono di inclusione.
Restano le parole chiave, che fanno il resto del danno. Le immagini vengono etichettate con termini che le condannano in partenza: assistenza, cura, sostegno, aiuto. Con quei tag, cercando “manager” o “riunione” o “vacanza”, una persona disabile non compare mai. Esiste solo dentro la propria categoria.
Otto controlli prima di scegliere un'immagine
Servono trenta secondi a immagine, e si possono fare in redazione come in un ufficio marketing.
- Dov’è l’obiettivo. Se la macchina è più in alto degli occhi della persona ripresa, scarta. Fotografare qualcuno all’altezza dei suoi occhi costa zero e cambia tutto.
- Dove guarda la persona. Verso l’obiettivo o verso quello che sta facendo va bene. Verso chi la sta assistendo, no.
- Il test del dito. Copri l’ausilio con un dito. Se della foto non resta niente, non era una foto di una persona, era la foto di una carrozzina con qualcuno attaccato.
- Chi tocca chi. Mani sulle spalle, carezze sulla testa, braccia intorno che nessuno ha chiesto. Se il contatto fisico non è giustificato dalla scena, cambia immagine.
- Che cosa sta succedendo. Prova a scrivere in una riga cosa fa la persona nella foto. Se ti viene fuori “sorride” o “è lì”, non c’è una scena. C’è un simbolo.
- L’ausilio è credibile. Poggiapiedi al loro posto, misure che stanno addosso alla persona, cuscino, un po’ di usura. Se la carrozzina sembra appena uscita dal magazzino di un noleggio, probabilmente lo è, e con lei il modello.
- Il contesto corrisponde al testo. Se l’articolo parla di lavoro, perché la foto è in una palestra di riabilitazione? L’ambientazione clinica applicata a temi non clinici è il modo più veloce per dire ai lettori che quella persona è un paziente e basta.
- Guarda l’archivio, non la singola foto. Quante immagini di persone disabili avete pubblicato nell’ultimo anno e in quanti ruoli diversi? Se compaiono solo come beneficiari, come utenti, come destinatari, il problema non è la foto di oggi. È la casella in cui le mettete tutte.
Aggiungiamo la cosa che dimentichiamo tutti: la descrizione alternativa. Un’immagine senza alt text esclude una parte del pubblico a cui state parlando proprio di inclusione.
Dove trovare qualcosa di meglio
Le collezioni fatte da persone disabili esistono, anche se sono quasi tutte statunitensi. Disabled And Here è la più interessante: foto e illustrazioni di persone disabili nere, indigene e di colore, pubblicate con licenza Creative Commons e gratuite con attribuzione, con descrizioni già scritte. The Disability Collection di Getty Images nasce da un progetto con la National Disability Leadership Alliance, e Disability:IN ha raccolte pensate per contesti aziendali.
In Italia il vuoto è ancora grosso, e la soluzione più solida resta la meno comoda: commissionare le foto. Trovare persone reali, pagarle come si paga chiunque posi per un’azienda, far scrivere a loro le didascalie. Costa più di una licenza da trenta euro. Vi restituisce immagini che nessun altro ha e che parlano della vostra realtà invece che di una spiaggia in Oregon.
Se ci lavorate insieme, una regola sopra tutte: chiedete alla persona come vuole essere ripresa prima di decidere l’inquadratura. La risposta è quasi sempre più semplice di quanto temiate.
L'ultima domanda
Un’immagine si legge in un decimo di secondo, molto prima del testo che le sta accanto. Se il vostro comunicato dice “professionista” e la foto mostra qualcuno spinto da dietro davanti al tramonto, il lettore crederà alla foto.
Aprite la cartella delle immagini pubblicate quest’anno e guardatela tutta insieme. Quel gruppo di foto contiene un’idea molto chiara di chi pensate sia il vostro pubblico, e di quale posto occupino in quel pubblico le persone disabili. È un’idea che non avete mai scritto da nessuna parte, e che tutti leggono.