Apri una delle tante mappe collaborative dell’accessibilità e cerchi la tua città. Vicino a te compaiono tre segnaposti verdi. Il primo è un bar che ha chiuso nel 2022. Il secondo ha un gradino che nessuno ha segnalato. Il terzo è giusto, e non hai modo di sapere quale dei tre lo sia.
Da nessuna parte c’è una data.
Quasi tutte queste mappe nascono bene, con volontari veri che dedicano weekend interi a girare per il centro. Poi invecchiano male, e non per pigrizia di chi le ha fatte. Invecchiano male perché sono state costruite come si costruisce un sito di recensioni, e l’accessibilità non è una recensione.
La differenza tra un giudizio e una misura
Una recensione è l’opinione di una persona su un’esperienza. Non scade, perché non pretende di essere vera: dice come è andata a qualcuno, quella sera. Si può fare la media di mille recensioni e ottenere un numero che ha un senso.
Una rilevazione di accessibilità è un’altra cosa. È un dato tecnico riferito a un momento preciso, che dipende da centimetri e non da impressioni, e che smette di essere vero quando qualcuno sposta un mobile.
Quando su una mappa metti le stelline, o il pollice, o la casella “accessibile sì/no”, stai applicando a una misura le regole di un giudizio. Succedono due cose. La prima è che perdi l’informazione: sotto “accessibile” possono stare un gradino da tre centimetri e una porta da settanta. La seconda è che fai la media tra corpi diversi. Una persona con un deambulatore e una con una carrozzina elettrica da novanta centimetri di larghezza danno due risposte opposte sullo stesso locale, entrambe corrette. La media delle due non descrive nessuno.
Perché invecchiano male
Manca la data. È il difetto più banale e il più grave. Una scheda senza il giorno del sopralluogo diventa inservibile dopo pochi mesi, però continua ad avere l’aria di un dato affidabile, verde e pieno di icone.
Poi c’è la copertura, che non è mai casuale. I volontari mappano il centro, i posti dove già vanno, le vie con i portici, le giornate di sole. Le periferie restano bianche. Una mappa collaborativa racconta con precisione dove sono stati i rilevatori, e chi la guarda crede che racconti dov’è l’accessibilità.
Il problema più subdolo sono i posti che mancano. Chi non riesce a entrare in un negozio quasi mai lo segna: non l’ha visitato, non ha i dati, passa oltre. Così i luoghi inaccessibili non finiscono sulla mappa come inaccessibili, ma come buchi. E i buchi hanno lo stesso aspetto delle zone non ancora mappate. L’informazione più utile per chi deve uscire di casa è proprio quella che il metodo scarta.
Sopra tutto questo c’è la logica dei finanziamenti. Un bando finanzia il primo passaggio, quello che produce numeri da mettere nella rendicontazione: trecento attività rilevate in sei mesi. Nessun bando finanzia il secondo passaggio, che è l’unico che tiene in vita il primo. A progetto chiuso, i dati cominciano a marcire in silenzio, e la mappa resta online perché toglierla sembrerebbe un fallimento.
Otto decisioni da prendere prima di cominciare
Sono le cose che vanno stabilite mentre il progetto è ancora su un foglio, non dopo il primo sopralluogo.
- Le domande, chiuse e con l’unità di misura. Poche voci, tutte numeriche: dislivello all’ingresso in centimetri, luce netta delle porte, spazio libero a lato del wc, pendenza della rampa, distanza dal parcheggio riservato. Una foto obbligatoria per ogni scheda. Un campo libero dove scrivere “abbastanza largo” è un campo perso.
- Nessun verdetto complessivo. Niente bollino, niente sì o no. Pubblica le misure e lascia decidere a chi legge, perché la soglia oltre la quale un posto è impraticabile cambia da persona a persona.
- Data e firma su ogni scheda. Chi ha rilevato, quando, e soprattutto come: con il metro alla mano oppure per telefono. La distinzione tra rilevato e dichiarato è il campo più importante di tutti, ed è quello che quasi nessuno ha.
- La taratura tra rilevatori. Due persone che misurano la stessa porta devono scrivere lo stesso numero, con due centimetri di tolleranza. Si verifica facendo i primi dieci posti in coppia e confrontando le schede. Senza questo passaggio non hai un dataset, hai una raccolta di opinioni numerate.
- Registrare anche i no. Un locale con tre gradini va sulla mappa come locale con tre gradini. Serve a chi cerca, serve a chi amministra e serve a chi, tra due anni, vorrà sapere quante cose sono cambiate.
- Il ciclo di riverifica, deciso prima. Ogni quanto si ripassa: dodici mesi, diciotto, ventiquattro. Da questa risposta discende quante schede potete permettervi. Quaranta posti ricontrollati ogni anno valgono più di quattrocento rilevati una volta sola, anche se in rendicontazione fanno una figura peggiore.
- Dove vivono i dati quando il progetto finisce. Formato aperto, esportabile, non chiuso dentro una piattaforma che tra tre anni potrebbe non esserci. Contribuire a un archivio con una vita più lunga della vostra, come OpenStreetMap, è quasi sempre la scelta più solida.
- Chi risponde alle correzioni. Un indirizzo vero, una persona che lo legge, un tempo di risposta dichiarato. E anche la correzione va datata.
La soglia dei sette centimetri
Su OpenStreetMap l’accessibilità di un luogo si segna con tre valori: accessibile, parziale, non accessibile. La documentazione spiega che si usa “parziale” quando all’ingresso c’è un gradino non più alto di sette centimetri, cioè una mano.
È una scelta ragionevole, fatta da gente competente, e ha il pregio di essere scritta nero su bianco. Resta il fatto che qualcuno, a un certo punto, ha dovuto decidere che il confine stava lì. Sotto i sette centimetri il posto compare nelle ricerche di chi cerca l’accessibilità parziale. Sopra, sparisce. Per chi spinge a braccia da solo, sette centimetri sono spesso un muro. Per chi ha una carrozzina elettrica potente, dodici centimetri si superano.
Chi definisce la soglia sta decidendo chi esiste sulla mappa. È una responsabilità che si prende volentieri, purché sia scritta da qualche parte, motivata, e discussa con le persone che quella soglia la incontrano con il corpo.
Vale la pena aggiungere una cosa che la documentazione stessa di OpenStreetMap ammette senza giri di parole: molti contributori non verificano niente e mettono “accessibile” quando vedono il pittogramma della carrozzina sulla porta. È il difetto di fondo di qualunque mappa aperta, e si combatte solo con la formazione dei rilevatori e con il campo che dice chi ha misurato cosa.
Meglio piccola e viva
Una mappa dell’accessibilità è una promessa. Chi la consulta prende una decisione fisica: esco di casa, prenoto per otto persone. Se il dato è vecchio, quella persona non resta semplicemente senza informazione. Arriva sul posto, trova il gradino, e ha perso il pomeriggio per colpa nostra.
Per questo, a chi presenta una nuova mappatura, conviene chiedere quando ricontrolla le schede, con quali soldi, e chi lo farà quando il progetto sarà chiuso da un pezzo. Il numero di schede raccolte viene molto dopo. Se la risposta non c’è, quella mappa ha già una data di scadenza, e nessuno l’ha scritta sopra.